Il mondo contadino

Parlare di mondo contadino significa rievocare una civiltà rurale arcaica che non esiste più.
La civiltà contadina, durata immutata per tanti secoli, si, è infatti, conclusa nel giro di qualche decennio, (intorno agli anni ’50-’60 del secolo scorso) a causa, soprattutto:

1) della fuga massiccia della popolazione giovanile dal lavoro poco remunerativo della campagna verso le le industrie della città;

2) della meccanizzazione in agricoltura;

3)  dell’accorpamento dei “fazzoletti” di terra e la formazione di aziende sempre più grandi.

Questi tre fattori sono in un certo senso l’uno la conseguenza dell’altro in quanto la carenza di braccia per lo spopolamento della campagna ha accelerato la meccanizzazione in agricoltura cosicché in un breve lasso di tempo il bue, così diffuso da noi, è stato soppiantato dai trattori, la trebbiatrice dalla mietitrebbia, e così via; e tutti noi sappiamo che l’utilizzo di macchine complesse e costose è possibile attuarlo solo in aziende di dimensioni adeguate.

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Anche chi ha i capelli bianchi come me, di questa civiltà ha vissuto solo il crepuscolo, il tramonto.

- Ma com’era questa civiltà?

- Com’era organizzata sul piano sociale e amministrativo?

- Quali i suoi valori?

- Perché è importante non dimenticare riti, usanze, tradizioni, lavoro comunitario, dialetto, proverbi e modi di dire della civiltà contadina?

- Perché sono necessarie iniziative come quelle dei musei contadini tese alla raccolta e catalogazione degli attrezzi agricoli ormai in disuso e sempre più introvabili?

- Sulla risposta a queste domande cercherò di soffermare brevemente la vostra attenzione.

La civiltà contadina

Le famiglie contadine, tutte con una numerosa prole (nonostante la mortalità infantile estremamente elevata), erano costituite da più generazioni che vivevano sotto lo stesso tetto. La guida della famiglia era prerogativa dei vecchi: il padre, circondato da grande rispetto, prendeva le decisioni più importanti: tra queste anche quella di scegliere la moglie per il figlio, o il marito per la figlia, ricorrendo spesso al “mediatur”, il sensale, che serviva non solo per vendere grano, uva o  vino, o per acquistare o vendere il bestiame, ma anche per combinare i matrimoni.
La proprietà terriera era estremamente frammentata: nel nostro territorio solo il Conte o il Parroco possedevano campi sulla “Piana” e vigneti sulla collina degni di tale nome. E fortunati erano coloro che riuscivano ad ottenere da questi un terreno da condurre a mezzadria.
I nostri vigneti hanno sempre prodotto vino di alta qualità (basta ricordare la leggenda settecentesca ripresa da Hans Bhart), ma la nostra collina è in genere ripida: l’aratura con il bue non sempre possibile e il lavoro di zappa è lento e faticoso.
Il Saletta (storico-cronista del ‘700) parlando di Orsara dice che il nostro territorio è disseminato (riporto testualmente) di “rocche e dirupi, talmente che quei sudditi, - siamo ancora in era feudale - per hauere qualche raccolta....sudano col portarvi della terra di sopra….”
L’unico sollievo alla fatica del contadino orsarese, era costituito dal bue utilizzato non solo per dissodare la terra ma anche per trainare il carro. Il bue era considerato quasi alla stregua di un familiare.
Quando il bue si ammalava e moriva era certamente una tragedia economica, ma era soprattutto fonte di grande dolore….. La stalla, oltre alla porta esterna che dava sull’aia, ne aveva un’altra interna, in diretta comunicazione con la cucina, ciò contribuiva a far vivere il bue in simbiosi con la famiglia.

La casa contadina
La cucina, al piano terreno, con il grande camino, diventava, d’inverno, il centro della casa, specialmente la sera, quando col passare del tempo, caddero in disuso le veglie collettive nelle stalle.
La camera da letto, al primo piano aveva un monumentale letto con il materasso  costituito da un saccone riempito con le brattee ricavate dalla “sfogliatura” del granoturco…..
La casa non era dotata, ovviamente, di acqua corrente e per la pulizia personale veniva utilizzato il catino o la tinozza riempiti generalmente con l’acqua attinta dal pozzo comunale. Alcuni possedevano il pozzo privato nel cortile o nell’orto attiguo: solo i signori ne possedevano uno all’interno della casa che utilizzavano anche come “camera di refrigerazione” per la conservazione della carne, del burro e dei formaggi, ecc. ( le derrate collocate in un cestino di vimini venivano scese a pelo d’acqua per mezzo di una funicella).
Le case contadine più importanti, sorgevano in aperta campagna: avevano il porticato per il ricovero del carro e degli attrezzi agricoli. Tutte avevano la cantina. Erano dotate di un’aia, a volte anche ampia, dove si svolgevano i lavori all’aperto (“battitura” del grano, “sfogliatura” del granoturco, ecc.).

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ORGANIZZAZIONE SUL PIANO SOCIALE E AMMINISTRATIVO

Il mondo contadino è caratterizzato da molte occasioni di lavoro comunitario che si ripetevano più volte durante l’annata agricola e cioè:

- Quando si “batteva” il grano, con la cavaglia prima, con la trebbiatrice poi;

- quando si “sfogliava” il granoturco, di sera, nelle aie;

- durante la vendemmia, la pigiatura e, successivamente, la torchiatura;

- quando veniva ammazzato e insaccato il maiale.


Per avere notizie riguardanti la vita amministrativa del paese contadino dobbiamo risalire ai contenuti dei Libri dei Convocati cioè alla raccolta delle deliberazioni del Consiglio comunale che ci forniscono (a decorrere dal 1530) interessanti notizie circa l’organizzazione della vita della comunità orsarese.
Già nel ‘500 il Comune di Orsara possedeva due strutture essenziali per la vita degli amministrati, cioè il mulino e il forno.
Il mulino del Budello era per metà comunale, mentre l’altra metà era appannaggio del conte.
Azionato dalle acque del torrente Budello risale ai tempi dei marchesi Malaspina. La prima notizia sulla sua esistenza, infatti, la troviamo nell’atto di concessione del feudo di Orsara ai conti Lodrone che succedettero appunto ai Malaspina (siamo nel 1530).
A questi due importanti servizi si aggiunse nel ‘600 la scuola.
I consiglieri comunali appartenenti alla fascia di popolazione più benestante ed evoluta (i particulär) sono pur essi ancora in gran parte analfabeti e sottoscrivono gli atti del Comune con il segno di croce, però – e questo è importante - si preoccupano dell’istruzione dei loro figli: ed il Comune comincia allora ad assumere un maestro, in genere un chierico perché si “adoperi ad insegnare la buona grammatica, leggere e scrivere ai filij e, alla mattina, a tempo, a recitare il Santissimo Rosario in questa Parrocchia a comodo del popolo”.
Molte volte il chierico per mantenere la disciplina di ragazzi più avvezzi al lavoro che allo studio, ricorre a mezzi coercitivi drastici.
Nel 1679, ad esempio, il Consiglio comunale “per ovviare a qualche criminalità” (diremmo in linguaggio moderno per evitare che ci scappi il morto) licenzia il “signor Giò Andrea Masenza chierico che serviva per maestro da scola codesta Comunità….per havere squarciato due orecchie con il stirazzamento al figlio di Giuseppe Vacha che si trova avere circa anni sette, con grande contusione di sangue….”
Nel ‘700 il Comune possedeva inoltre altri immobili che concedeva ai titolari di professioni svolte a favore della popolazione e cioè:

- il macello

- l'osteria

- la casa del vasaro (vasi per il vino, cioè botti)

Ed inoltre:

- la barberia, destinata ovviamente al barbiere che svolgeva, però, anche le mansioni di chirurgo e di cavadenti.

- la fucina, cioè il laboratorio del maniscalco che svolgeva anche le mansioni di veterinario con il compito di curare ogni sorta di animali.

E’ particolarmente interessante poi esaminare le deliberazioni riguardanti l’affidamento dei vari incarichi che contengono i doveri prescritti ed i diritti riconosciuti ai titolari di ogni singolo servizio.

 

I valori della civiltà contadina


Non si può parlare di civiltà contadina senza ricordare i valori che quella società esprimeva e che possiamo per comodità riassumere in 6 punti:

- attaccamento al lavoro

- spirito di sacrificio

- amore per la famiglia

- spirito di cooperazione e reciproco aiuto tra famiglia e famiglia che si estrinsicava soprattutto attraverso il lavoro comunitario

- onestà di comportamenti (la chiave di casa veniva lasciata, senza preoccupazione, nella toppa o sotto l’uscio)

- profondo sentimento di religiosità che aiutava il contadino ad accettare con rassegnazione una vita grama, fatta di stenti, di privazioni e di soprusi.

I valori della civiltà contadina non possono e non devono essere dimenticati.
Dimenticarli significherebbe, per noi che da quel mondo discendiamo, estirpare le nostre radici.
I Musei etnografici dell’Agricoltura si propongono appunto lo scopo di mantenere vivo il ricordo di un passato povero e laborioso del quale ciascuno di noi deve andare orgoglioso.
Anche il nostro Museo, sorto nel 1996, persegue questo obiettivo.

 
© 2009 - Ass. Ursaria Amici del Museo
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