Un paese da scoprire
Il piccolo centro di Orsara, le cui origini risalgono al Medioevo, conserva purtroppo poche tracce del suo passato. E’ praticamente scomparso il “Borghetto” che si affaccia quasi a strapiombo sulla pianura della Bormida, discosto poche centinaia di metri dal castello. Esso permetteva al visitatore, fino alla prima metà del secolo scorso, di ammirare interessanti testimonianze di architettura della civiltà contadina.
Il “Recinto”, in prossimità del castello, è stato distrutto dall’ingiuria del tempo e stravolto dagli interventi dell’uomo. In un caso e nell’altro non è stata ininfluente la massiccia emigrazione di intere famiglie orsaresi verso l’Argentina, fenomeno che provocò lo stato di abbandono di molte case e la loro graduale rovina.
Orsara ha invece conservato interessanti vestigia del suo passato in alcune delle sue chiese e nel castello che, sorge su un alto costone roccioso e permette al turista di godere di una vista a 360 gradi, di incomparabile bellezza: un panorama che spazia dalla pianura della Bormida alle colline dell’Alto Monferrato per raggiungere, nelle giornate più terse, la maestosità della catena alpina.
Il visitatore che arriva ad Orsara, sia che provenga da Ovada che da Acqui o da Alessandria, si trova subito di fronte la pregevole chiesetta intitolata a S. Sebastiano e San Rocco (recentemente restaurata), eretta nella prima metà del ‘600 per essere stato il paese risparmiato dalla peste; interamente ricostruita nel 1880, con la rotazione dell’orientamento di 180 gradi.
Da questo edificio religioso si dipartono quattro strade:
- quella di sinistra, Via Repubblica Argentina (gia Via alla Costa) porta al Municipio;
- una seconda, la cosiddetta Via Lunga, fiancheggia la chiesetta sul fianco destro per poi scendere verso la pianura solcata dalla Bormida;
- le altre due salgono verso la parte alta del paese dove sorge il castello e si trova l’Oratorio dei Disciplinanti, antica chiesa parrocchiale.
Al primo piano del palazzo comunale è collocato il Museo Etnografico che raccoglie molti, importanti reperti della millenaria civiltà contadina. Orario di apertura: tutte le domeniche d’Agosto e tutto l’anno su richiesta.
Percorrendo la strada che porta alla “Piana”, giunti al termine della discesa, se si imbocca a sinistra, la stradina che attraversa il Rio Valancone si raggiunge, dopo un percorso di un centinaio di metri, la “Lodrona”, attualmente sede dell’omonima rinomata Locanda. Il cascinale prese il nome dai suoi primi illustri proprietari i Conti Lodrone, originari del Tirolo, signori di Orsara e di Morsasco dal 1535 al 1597.
Il 21 gennaio 1621, nella suddetta “masseria”, sorpreso nel sonno da sicari, morì nella sua camera da letto, trafitto da quindici pugnalate, l’ultimo discendente del ramo monferrino della celebre casata.
Imboccando Via Duca d’Aosta, l’antica Via Laneto, si raggiunge la chiesa parrocchiale, costruita nel 1660, incorporando parte di un vecchio oratorio. Risale, probabilmente, all’antico oratorio, il campanile di pregevole fattura, eretto con impiego di pietra locale squadrata e cotto a vista. L’interno, recentemente restaurato dal pittore Meda, contiene, tra l’altro, alcune pregevoli tele, sei preziose tavolette lignee nella cappella dell’Addolorata, un artistico pulpito in noce riccamente intarsiato, due tele del Monevi. Gli affreschi della volta e le decorazioni in stile Liberty sono stati eseguiti negli anni venti del secolo scorso dal Laiolo; l’affresco esistente all’esterno, sopra il portale barocco, è opera del pittore Ivaldi detto il Muto.
Dalla chiesa parrocchiale è possibile raggiungere, a piedi, il castello e l’oratorio percorrendo Via Garibaldi e la salita che conserva tuttora il vecchio acciottolato. In automobile, occorre, invece, imboccare Via San Martino e dopo un centinaio di metri, sulla sinistra, la stradina asfaltata che porta appunto al castello. Interessante la torre quadrata medioevale che risale ai tempi delle incursioni saracene.
Il castello, durante il Feudalesimo, fu nell’ordine dei Marchesi del Bosco, dei Malaspina, dei Lodrone, dei Ferrari. L’attuale proprietario, il Dott. Emanuele Remondini, avendo aderito all’iniziativa “Castelli aperti”, ne permette la visita nei giorni stabiliti.
Poco discosto dal castello si trova l’Oratorio dei Disciplinanti che fu fino al 1676 la chiesa parrocchiale di Orsara. L’edificio religioso fu ampliato e rimaneggiato nei corsi dei secoli. Della primitiva costruzione romanica che risale, probabilmente, ai tempi di San Guido (1100) si scorgono tracce nell’abside e nella base del campanile. L’interno, recentemente restaurato, contiene tra l’altro un antico affresco di autore ignoto rappresentante il battesimo di Gesù.
Scendendo dalla strada asfaltata (la “Strada nuova”) e svoltando verso sinistra si raggiunge il cimitero (interessante la tomba dei Conti Ferrari in pietra locale e cotto). Percorrendo per circa duecento metri la strada sterrata che si trova sulla sinistra si giunge alla chiesa campestre dedicata a San Martino, attualmente di proprietà privata, adibita a lazzaretto durante le pestilenze che, nei secoli scorsi, afflissero il paese. Nell’interno della cappella è possibile ammirare un pregevole dipinto murale eseguito dal Monevi nel 1697 raffigurante il santo titolare, Santa Caterina da Alessandria, la Madonna.
Sulla strada provinciale per Ovada, a due Km. dal paese, si trova il cinquecentesco Santuario dell’Uvallare di pregevole fattura. Sull’altare, protetto da un cristallo, esiste un prezioso dipinto rappresentante la Madonna con il Bambino e Sant’Anna. La leggendaria provenienza del dipinto, ritenuto tra l’altro miracoloso, fu all’origine della costruzione della chiesa, nel cui interno sono conservati molti antichi ex voto.
Se il visitatore, anziché proseguire per Trisobbio, imbocca la comunale sulla destra del santuario, raggiunge, in un batter d’occhio, la ridente Frazione San Quirico situata nel punto più alto del territorio comunale (316 metri s.m.). Il panorama che si gode di lassù è di incomparabile bellezza. Il centro abitato assume la forma di una Y: all’incrocio delle tre strade, è possibile visitare l’ottocentesca chiesetta, dedicata a Nostra Signora della Neve, ricostruita nel 1881 su disegno dell’arch. Conte Giuseppe Ferrari.
Passeggiando fra le vie del borgo (Tra l'Oratorio e il Municipio)
L’Oratorio che abbiamo lasciato è dedicato alla SS. Annunziata; era, fino ad una cinquantina d’anni fa, sede dalla Confraternita omonima detta anche dei Disciplinanti (chiamati pure Battuti perchè anticamente praticavano la flagellazione). Della primitiva costruzione, che risale ai tempi di San Guido (sec. XII), si possono osservare tracce nell’abside e nella base del campanile.
Il Castello, con la torre medioevale, era difeso a sud ovest dall’alta roccia sulla quale è stato edificato; un profondo fossato, ancora esistente e chiaramente riportato nel catasto figurato del 1775, lo proteggeva a nord est dalle incursioni nemiche.
Il Muro della Piazza, imponente costruzione in pietra a secco, crollò nel 1772 travolgendo il sottostante forno comunale, successivamente ricostruito in altro luogo.
E’ bellissimo il panorama che abbraccia la pianura sottostante, nella quale si nota, verso sinistra, la Masseria della Lodrona nella quale, il 28 gennaio del 1621, fu ucciso, proditoriamente, con quindici pugnalate, Giovanni Battista Lodrone, figlio naturale del Conte omonimo, deceduto nel 1597.
In fondo alla discesa, il pozzo comunale (ir puss dra Comune); era alimentato in parte da acqua di sorgente in parte dall’acqua piovana convogliata dal tetto dell’Oratorio. Fino alla costruzione dell’acquedotto comunale (anni ’50), attingevano a questo pozzo gli abitanti della parte alta del paese.
La “Cà dra Salaria”, con le altre case contigue che si affacciano su Via San Martino (Ssö dra bäla), era parte di un antico convento, con annesso chiericato, (probabilmente apparteneva all’ordine dei Domenicani). L’ultima casa del complesso (la “Cà d’ Mariòla”) fu, per alcuni secoli, la casa canonica. Sotto il loggiato che si affaccia sul cortile, esistono interessanti affreschi.
La Chiesa parrocchiale, costruita nel 1660 (incorporando anche parte di un vecchio oratorio) è stata recentemente restaurata. E’ ricca, tra l’altro, di dipinti pregevoli, di uno stupendo pulpito in legno intarsiato, di un ricco altare di stile barocco, risalente al settecento, costruito con rari marmi colorati, di un prezioso organo costruito dalla Ditta Agati di Pistoia. Sotto il pronao, si può ammirare un affresco raffigurante il Patrono San Martino dipinto nel 1880, sopra il bel portale barocco, dal pittore Ivaldi detto il Muto.
Dietro la parrocchiale sorgeva la Chiesa di Sant’Orsola, demolita negli anni ’60. Era la sede delle Figlie di Maria e, fino ai primi decenni dell’800, fu luogo di sepoltura dei bambini.
Continuando per Via San Martino, si raggiunge in un batter d’occhio il Cimitero; percorrendo la breve stradicciola esistente alla sinistra del Cimitero stesso, si giunge su un poggio che si affaccia sulla pianura della Bormida. Quell’altura permette al visitatore di spaziare con il suo sguardo sulle amene colline monferrine fino a giungere, quando il cielo è terso, alla maestosità delle Alpi. Su quel colle sorge l’antica chiesa campestre di San Martino (di proprietà privata). Nel suo interno è possibile ammirare un pregevole affresco del Monevi, risalente al 1697, raffigurante il santo tilolare, la Madonna con gli Angeli e S. Orsola.
Scendendo verso la parte bassa del paese si passa sotto il “voltone”. La prima parte (a monte) fu edificata nel 1778 per mettere in comunicazione la chiesa con la sacrestia, costruita in quello stesso anno. La restante parte del “voltone” sorse successivamente, nel 1852, quando fu costruita la cosiddetta “navata degli uomini”.
Il portone esistente a metà del voltone, dà accesso al cortile e alla casa dove avvenne la tragedia della “Risulen”, raccontata da Egidia nel libro “Na quintùla - Le immagini e la memoria” edito dall’Associazione Ursaria – Amici del Museo.
Nella parte finale dell’archivolto si apriva la “Buteia ‘d Maien dra Sucietà” e, sempre a sinistra, il forno di Santin che ha funzionato fino agli anni ‘80.
Superato l’incrocio tra Via Cavour e Via Peloso (l’antica Via Cerreta) si raggiunge un breve slargo detto “ La piazzetta” o la “Madonnina” (sul muro esisteva un dipinto raffigurante, appunto, la Madonna); era fino agli anni ’50 il centro del paese con, a destra, il barbiere, la macelleria, il caffè, e, a sinistra, la rivendita dei giornali e il forno per la cottura della farinata.
Dalla piazzetta, la strada si biforca: se prendiamo a destra, percorriamo Via Morbelli e noteremo, a sinistra, il forno e, di fronte il negozio di commestibili di Italo; subito dopo, ancora a sinistra, funzionò fino agli anni ’20 l’antica “Ustaria d’ Vitorio d’ Cacein”. Nella breve strada funzionarono, in tempi diversi, ben tre botteghe da ciabattino. Nella via è ubicata la casa natale dei celebri fratelli Morbelli:, Aldo (l’Architetto), Riccardo (scrittore, paroliere di celebri canzoni degli anni ’30, uno degli autori della fortunata trasmissione radiofonica “I quattro moschettieri” che contribuì in maniera determinante alla diffusione della radio in Italia). (Gigi, il pittore, nacque invece nella casa sita in via Morazza).
Dalla casa dei Morbelli prende avvio Via XX Settembre, la vecchia Via Borghetto, una delle parti più antiche del paese che, però, conserva pochissime tracce del suo passato.
Dalla piazzetta, si può imboccare, a sinistra, Via Duca d’Aosta, la via principale del centro abitato che ebbe, nei secoli passati, una toponomastica alquanto instabile: fu Via Laneto sino all’inizio del novecento; divenne Via Umberto I dopo l’emozione suscitata dal regicidio di Monza. L’attuale denominazione, Via Duca Amedeo d’Aosta, risale all’ultimo dopoguerra.
Dopo aver percorso un centinaio di metri giungiamo alla casa padronale e subito dopo a quella mezzadrile che fu dei Vacca-Graffagni. In questa casa trascorse parte della sua fanciullezza la Contessa Francesca Vacca Graffagni Agusta.
Di fronte alla suddetta abitazione funzionò, per qualche decina d’anni, la cooporativa di consumo sorta dopo la seconda guerra mondiale. Più in basso, rimase aperta, fino agli anni ’30 del secolo scorso, la “Buteia dra Sisen-na” (la titolare dell’esercizio era così soprannominata per aver sposato un certo Sesino, cognome abbastanza comune in Orsara fin dal 1600. Con la morte del Sesino, avvenuta per Spagnola nel 1918, si estinse tale cognome).
Più in basso troviamo il vecchio Municipio, attuale sede della posta. Lo stabile fu messo all’incanto dal tribunale di Acqui per debiti contratti dal proprietario tale Carozzo . Fu aggiudicato al Comune nel 1862 per Lire 7'590. Il Comune fu autorizzato a procedere all’acquisto con decreto del Re Vittorio Emanuele II. Nell’archivio comunale esiste il documento originale, contenente la firma autografa del Sovrano e del Ministro degli Interni Urbano Rattazzi.
A destra la chiesetta di San Sebastiano, eretta per essere stato il paese risparmiato dalla peste (molto probabilmente si tratta dell’epidemia del 1630, ricordata dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”) e ricostruita nell’ultimo scorcio del 1800, è attualmente in fase di restauro.
Nell’ex edificio scolastico, costruito nel 1911, hanno sede:
- al piano terreno la Pro Loco (nel ventennio fascista fu sede del dopolavoro, nel secondo dopoguerra ospitò l’ENAL);
- al primo piano funzionano gli uffici comunali;
- al secondo piano è collocato il Museo Contadino.
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